Nella provincia americana del ’59 il sogno americano sembra lontanissimo. I sobborghi che promettono spensierato benessere celano, fra le crepe di una superficie lucida solo in apparenza, un immondo, infetto ginepraio.

George Clooney affronta la sua sesta regia cinematografica recuperando una sceneggiatura dei fratelli Coen vecchia di vent’anni. Eppure quanto mai attuale. E il risultato, accolto al Festival di Venezia come una delle sue migliori regie, si rivela addirittura la migliore prova di Clooney dietro la macchina da presa.

Alla vigilia degli anni Sessanta l’America era ancora attraversata dal razzismo che imponeva la superiorità bianca. Oggi la stessa America conosce una nuova ondata di xenofobia, che in epoca Trump striscia attraverso gli Stati Uniti come il serpente che i ragazzini trovano nel giardino di una delle villette di Suburbicon, il paese che si propone come modello del well-being americano, ma che si rivolta – e sempre più violentemente – contro la nuova coppia di colore appena trasferitasi.

Sotto la violenza sociale però se ne nasconde una altrettanto insidiosa e, forse, ancora più raccapricciante. Quella familiare: non esplode rabbiosa eppure, man mano che la matassa si dipana, fa ancora più paura.

La vita di Gardner Lodge (Matt Damon) e della sua famiglia è sconvolta dall’improvvisa irruzione notturna di due malviventi, apparentemente senza scopo. Il padre, il figlio Nicky (Noah Jupe) e la zia materna Margaret (Julianne Moore) sopravvivono al cloroformio con cui i rapinatori sedano la famiglia. La madre (interpretata da Julianne Moore in un doppio ruolo), costretta sulla sedia a rotelle da un incidente d’auto, no: la dose di cloroformio è eccessiva per il corpo già provato dall’infermità.

Qualcosa non torna, però. Non serve aspettare troppo per capirlo. È chiaro al piccolo e disorientato Nicky, all’investigatore della compagnia assicurativa (interpretato da Oscar Isaac in un cameo) e allo spettatore.
Diffidate dei primi due trailer diffusi dalla Paramount: Suburbicon, uno dei film più attesi della stagione americana a Venezia in prima mondiale, è meno sarcastico e meno esplicitamente violento di quanto si vuol far credere. A fare orrore sono gli inconfessabili segreti che si nascondono dietro l’apparente normalità domestica di una cittadina che si fa metafora di una nazione. Le sue brutali implicazioni non sono che conseguenze.

Left to right: Matt Damon as Gardner and Noah Jupe as Nicky in SUBURBICON, from Paramount Pictures and Black Bear Pictures.

Clooney e Grant Heslov adattano l’originale dei Coen (tutti e quattro figurano nei credits come sceneggiatori) ben maneggiando un soggetto vicino, secondo molti, a Fargo, che portò ai Coen l’Oscar per la sceneggiatura originale vent’anni fa. Tuttavia Suburbicon non gioca sporco usando la – pur elegante – ironia caustica,facile ad emergere quando si scherza con un materiale così dark. Qui i due malviventi che sconvolgono una routine familiare con un omicidio sono meno caricaturali, meno contraddittori, esibiscono una violenza meno grottesca, ma, sotto molti aspetti, la loro rude brutalità risulta più bassa e feroce.

Il Gardner Lodge di Matt Damon, poi, può spaventare ancora di più nel suo progressivo emergere come un Mr. Ripley meno bello e meno talentuoso. E Damon incarna con infallibile tempismo l’americano medio che, sotto il completo da vice-presidente finanziario di una società locale, cela una bussola morale che lo porta a seguire solo istinto e desiderio.

Julianne Moore consegna ancora una volta una prova di assoluta perfezione, bionda (come in Lontano dal paradiso) ma non casalinga, perché Margaret lavora come cassiera del supermercato della cittadina, in cui alle persone di colore viene fatto capire, e senza troppi giri di parole, che non possono fare la spesa. La trasformazione che vede progressivamente trasudare l’inatteso dall’apparenza di una zia amorevole non poteva essere più completa, né meglio ritratta: in una prova che mesce con sapienza abilità di caratterista a istinto, la Moore è incantevole e, per certi versi, terrificante, irresistibilmente agrodolce.

Dietro la macchina da presa, poi, Clooney tiene in equilibrio i birilli del giallo, quelli del dramma, quelli della critica sociale. Conferendo ad alcune scene impatto visivo tanto rigoroso quanto inatteso.

Fargo non lasciava speranze, però. E, a modo suo, nemmeno Lontano dal paradiso. Suburbicon, invece, vede un fiore germogliare dal letamaio dell’avidità e del pregiudizio – bellissimo anche perché inatteso: la sensibilità dei giovanissimi, capaci di convivere con la diversità e di guardare oltre. Anche a Suburbicon, sono loro a infondere fiducia all’attesa del futuro.



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